Storia
26 ago 2026
La difesa di Mosseri mette la cultura della sicurezza di Meta al centro del processo
Il capo di Instagram Adam Mosseri ha negato di aver nascosto ricerche dannose sulla sicurezza mentre 29 stati accusano Meta di aver fuorviato il pubblico ed esposto i giovani utenti a rischi. La sua testimonianza ha invece presentato controlli più rigidi sulle informazioni come un tentativo di evitare che la ricerca venisse interpretata in modo errato.
Il processo sull’impatto di Instagram sui giovani utenti è diventato un test non solo delle misure di sicurezza di Meta, ma anche per stabilire se i controlli interni dell’azienda siano stati progettati per proteggere i bambini—oppure per proteggere Meta dalla responsabilità.
La causa contrappone l’azienda a 29 procuratori generali statali, che sostengono che Meta abbia violato le leggi sulla privacy dei minori e sulla tutela dei consumatori, mentre travisava la solidità delle sue misure di salvaguardia. La disputa più ampia è riassunta dall’inquadramento del processo come un caso che “contrappone Meta agli stati sui danni dei social media.”1
La posizione degli stati è che i dirigenti, incluso il capo di Instagram Adam Mosseri e il CEO di Meta Mark Zuckerberg, abbiano pubblicamente minimizzato i rischi nonostante ricerche interne che coinvolgevano bambini e adolescenti. Stanno chiedendo sanzioni che potrebbero raggiungere i 200 miliardi di dollari, rendendo il procedimento una delle sfide legali più rilevanti finora alle politiche di sicurezza giovanile dell’azienda.
Mosseri ha offerto un’interpretazione decisamente diversa. Interrogato sul fatto che avvocati o dirigenti avessero soppresso ricerche sui bambini sotto i 13 anni e sulla salute mentale degli adolescenti, ha detto: “Non sto cercando di incoraggiare il mio team a nascondere nulla.”2 Ha affermato che si stupirebbe se informazioni sulla sicurezza venissero trattenute per fuorviare il pubblico, pur riconoscendo che gli avvocati di Meta possono esaminare ricerche sensibili per ragioni legali e di policy.
Il contrasto più netto riguarda la risposta di Meta alle rivelazioni del 2021 della whistleblower Frances Haugen. Mosseri ha riconosciuto che l’accesso ad alcune ricerche interne è stato ristretto, ma ha detto che l’obiettivo era impedire che il materiale venisse estrapolato “fuori contesto”. Ha respinto l’idea, avanzata dagli stati, che Meta abbia ridotto la propria capacità di ricerca sulla salute mentale dei giovani, sostenendo invece: “Non penso che il team fosse più piccolo, era solo centralizzato.”2
Questa distinzione—occultamento contro accesso controllato—è ora al centro del processo. Gli stati vedono prove di una difensiva istituzionale; Mosseri la presenta come uno sforzo imperfetto ma legittimo di gestire informazioni sensibili. La sua testimonianza è destinata a proseguire.