Storia
29 ago 2026
Le inondazioni in Nepal e Tibet trasformano un disastro naturale in una prova per la trasparenza della Cina
Gli scienziati collegano la catastrofe a un Himalaya in riscaldamento e instabile, mentre i gruppi per i diritti indicano la governance opaca e lo sviluppo incontrollato in Tibet. Un lago di sbarramento in espansione minaccia ora di aggravare la crisi.
Le inondazioni in Nepal e Tibet sono diventate più di un’emergenza di soccorso: sono uno scontro tra interpretazioni, con gli scienziati che sottolineano il riscaldamento del sistema montuoso e i critici che si chiedono se lo sviluppo e la segretezza abbiano amplificato il bilancio delle vittime.
Le indagini preliminari indicano il collasso di un ghiacciaio, forse seguito dal temporaneo sbarramento di un fiume che ha liberato un’improvvisa parete d’acqua. I ricercatori avvertono che è troppo presto per attribuire direttamente questo specifico evento al cambiamento climatico, ma affermano che il riscaldamento sta destabilizzando ghiacciai, permafrost e versanti montuosi in tutto l’Hindu Kush-Himalaya. «Dobbiamo essere cauti e non stabilire ancora un collegamento. Tuttavia, l’aumento delle temperature sta cambiando la regione dell’Hindu Kush-Himalaya e sciogliendo i ghiacciai», ha dichiarato lo specialista in catastrofi Saswat Sanyal.1
Questa cautela scientifica contrasta con l’avvertimento più ampio degli attivisti per il clima, che descrivono inondazioni e frane sempre più frequenti e intense come un fenomeno determinato dal clima. Srijana Gurung di Plan International ha definito il disastro «uno shock climatico dopo l’altro».2 Il pericolo immediato resta fisico: un lago formatosi a causa dei detriti in Tibet sta tracimando e potrebbe provocare una seconda ondata, costringendo le autorità cinesi a sospendere le operazioni di soccorso nei pressi di Gyirong.3
La versione di Pechino, tuttavia, resta difficile da valutare in modo indipendente. Le autorità cinesi hanno confermato solo un numero esiguo di vittime in Tibet, mentre i media statali si sono concentrati sulle evacuazioni e sulle operazioni di soccorso, a fronte di stime molto più elevate delle persone disperse. Human Rights Watch sostiene che il disastro sollevi interrogativi sullo sviluppo rapido guidato dallo Stato e sulla limitata voce delle comunità locali nelle decisioni sulle infrastrutture tibetane.4
Le informazioni più prudenti pongono l’accento sulla minaccia operativa piuttosto che sull’attribuzione climatica: il lago di sbarramento potrebbe contenere circa 2 milioni di metri cubi d’acqua e riceverne altri milioni con il proseguire delle piogge.5 I gruppi per i diritti si spingono oltre, collegando la catastrofe all’espansione del programma cinese di energia idroelettrica e chiedendo un controllo più approfondito.6 Washington ha offerto sostegno umanitario, ma la sua risposta pubblica — «è pronta a sostenere» il Nepal — sottolinea il divario tra solidarietà e responsabilità.4