Storia
9 set 2026

Le sanzioni britanniche contro gli insediamenti mettono alla prova la capacità della pressione di produrre la pace

La Gran Bretagna e altri 11 Paesi occidentali prendono di mira il commercio, i servizi e i singoli individui legati agli insediamenti israeliani, presentando la misura come una difesa della soluzione a due Stati. Israele e i conservatori britannici avvertono che le misure potrebbero punire i civili e approfondire lo scontro diplomatico.

Le nuove restrizioni del Regno Unito sugli insediamenti israeliani hanno trasformato una disputa diplomatica di lunga data in una prova della capacità della pressione economica di modificare le politiche o, semplicemente, di irrigidire le divisioni.

Il Regno Unito, il Canada e 10 Paesi europei affermano che l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni stanno minando la possibilità di uno Stato palestinese. Il loro pacchetto comprende un divieto d’importazione dei beni prodotti negli insediamenti, restrizioni sui servizi di costruzione e finanziamento, sanzioni contro singoli individui e limiti alle esportazioni che contribuiscono all’occupazione. I Paesi hanno inoltre ribadito l’opposizione all’antisemitismo e all’attacco di Hamas del 7 ottobre, presentando le misure come un sostegno a un esito negoziato basato sulla soluzione a due Stati.

Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha presentato la politica come un’assunzione di responsabilità morale e giuridica, dichiarando: «Oggi denunciamo l’occupazione della Palestina in quanto illegale». Il Guardian ha definito la mossa la più dura condanna ufficiale britannica della condotta israeliana, sostenendo che un’occupazione illegale debba comportare conseguenze economiche e avvertendo che la vera prova sarà l’applicazione delle misure, non la retorica.

La tesi opposta si concentra sulla fattibilità e sulle conseguenze. I critici conservatori riconoscono che gli insediamenti sono illegali, ma sostengono che le restrizioni commerciali potrebbero danneggiare i palestinesi, la cui economia è intrecciata con quella israeliana. Il ministro degli Esteri ombra Tom Tugendhat ha affermato che il governo sta portando avanti politiche che «non funzioneranno, ma sa che danneggeranno persone innocenti». Un’altra analisi conservatrice ha sottolineato l’attenzione circoscritta delle misure alle attività degli insediamenti, osservando al contempo che l’attuazione potrebbe richiedere dai sei ai nove mesi.

La risposta di Israele è stata ancora più dura: il ministro degli Esteri Gideon Saar ha definito le accuse di Miliband «menzogne oltraggiose» e ha annunciato misure che includono la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme. Lo scontro mette quindi in luce la tensione centrale: i governi occidentali cercano di preservare la soluzione a due Stati penalizzando il progetto degli insediamenti, mentre Israele e i suoi sostenitori considerano la politica coercitiva, dettata da tempistiche politiche e potenzialmente controproducente.

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