Storia
11 set 2026
Il riacquisto di obbligazioni da 6 miliardi di dollari del Tesoro sembra più un avvertimento che un salvataggio
Il riacquisto ampliato di obbligazioni da parte del Tesoro mirava a calmare i mercati, ma l’aumento dei rendimenti e un debito record suggeriscono che gli investitori considerino l’operazione troppo contenuta per affrontare i problemi fiscali e inflazionistici più profondi dell’America.
Il tentativo del Tesoro di stabilizzare il mercato obbligazionario americano ha invece messo in luce i limiti dell’intervento pubblico. La decisione di riacquistare fino a 6 miliardi di dollari di debito a più lunga scadenza era stata concepita per sostenere i prezzi e contenere i rendimenti, ma gli investitori sono rimasti concentrati sui fattori che spingono al rialzo i costi di finanziamento.
I funzionari del Tesoro presentano l’operazione come una misura di liquidità: ridurre l’offerta di obbligazioni più vecchie dovrebbe far salire i prezzi e, poiché i rendimenti si muovono inversamente ai prezzi, allentare la pressione sull’intero mercato. Tuttavia, l’intervento è arrivato mentre il debito nazionale superava i 40.000 miliardi di dollari e i rendimenti a lungo termine continuavano a salire. Mike O’Rourke, strategist di JonesTrading, ha descritto il piano come “un intervento marginale ai bordi del mercato”, sostenendo che per controllare i rendimenti sarebbe necessario affrontare il debito in sé.1
Quella critica è stata rafforzata dalla reazione immediata del mercato. Il rendimento dei titoli decennali è salito verso il 4,85%, mentre i titoli con scadenze più lunghe hanno perso terreno. Il gestore obbligazionario Mark Spindel ha liquidato l’operazione affermando: “Questa non è la bazooka di Hank Paulson”, con riferimento alle misure molto più incisive adottate durante la crisi finanziaria.2 Altri analisti hanno affermato che l’acquisto era modesto rispetto al volume di nuovo debito che il governo deve emettere, lasciando agli investitori l’interpretazione dell’operazione come un tentativo di gestire i prezzi senza modificare la politica fiscale.
Il contesto più ampio rende il riacquisto ancora meno convincente. L’inflazione resta elevata, i prezzi dell’energia sono aumentati insieme alle tensioni in Medio Oriente e i mercati valutano se la Federal Reserve possa aver bisogno di mantenere i tassi elevati — o di aumentarli ulteriormente. Ciò pone la banca centrale in contrasto con il presidente Donald Trump, che ha chiesto tassi più bassi. Il risultato è uno scontro di politiche: il Tesoro cerca di calmare i rendimenti, mentre deficit, inflazione e pressione politica continuano a spingerli verso l’alto. Come ha affermato l’economista dell’Università di Chicago Anil Kashyap, “contano le azioni, non le parole”, intendendo il rigore fiscale o le variazioni dei tassi d’interesse — non un’operazione di mercato più ampia.3