Storia
18 set 2026

Gli Stati Uniti incriminano una presunta rete del Cremlino mentre la repressione dei dissidenti si estende in Occidente

I procuratori statunitensi accusano agenti legati all’intelligence russa di aver reclutato persone per attività di sorveglianza, incendi dolosi e complotti per omicidi su commissione contro i critici del Cremlino. Il caso evidenzia sia la portata della presunta campagna sia i limiti della deterrenza.

Gli Stati Uniti accusano una rete legata all’intelligence russa di aver esteso la sua campagna contro i critici del Cremlino oltre i confini della Russia, anche negli Stati Uniti e nell’Europa alleata. Il caso mette in netto contrasto la promessa di Washington di difendere i dissidenti con la difficoltà pratica di fermare le operazioni clandestine prima che diventino letali.

La narrazione conservatrice inquadra la vicenda in termini ampi: gli Stati Uniti accusano il Cremlino di complottare per uccidere dissidenti russi in America e in Europa. Questa presentazione sottolinea l’accusa geopolitica contro Mosca, ma offre pochi dettagli sulle prove o sui presunti meccanismi dell’operazione.

La narrazione liberale offre un quadro più dettagliato. I procuratori federali affermano che cinque persone—tra cui l’ex colonnello dell’intelligence russa Yuri Khrameev, suo figlio, due cittadini cubani e un venezuelano—hanno formato quella che le autorità hanno definito la “RIS Network”. Si ritiene che tutti si trovino in Russia e restino latitanti.

Secondo l’atto d’accusa, ai reclutati veniva offerto denaro per fotografare obiettivi a Brooklyn e in Lituania, con somme maggiori proposte per gli omicidi. Un presunto reclutatore offrì 40.000 dollari per “eliminare” o “far sparire” un dissidente russo, mentre Khrameev avrebbe offerto 25.000 dollari per uccidere qualcuno accusato di “spargere fango sul mio Paese”. Quando i reclutati rifiutarono di commettere omicidi, sostengono i procuratori, furono indirizzati verso gli incendi dolosi, compresi attacchi alle infrastrutture nei Paesi che sostengono l’Ucraina.

Entrambe le prospettive convergono sull’accusa centrale: attori legati a Mosca avrebbero preso di mira oppositori all’estero. Differiscono soprattutto nell’enfasi. L’inquadramento conservatore mette in risalto la minaccia del Cremlino; il resoconto liberale documenta la catena di reclutamento, gli attacchi falliti in Europa e la tesi del governo statunitense secondo cui l’attività rappresentava “una grave violazione della nostra sovranità e una minaccia alla nostra sicurezza nazionale”.

Le accuse restano tali e gli imputati non sono comparsi in tribunale. Ma il caso si aggiunge a un modello di accuse occidentali riguardanti sabotaggi russi e ritorsioni contro i dissidenti, sollevando la questione se le incriminazioni pubbliche possano scoraggiare operazioni i cui organizzatori restano al di fuori della portata degli Stati Uniti.