Storia
18 set 2026
La riscrittura di Trump sulle specie in pericolo mette la libertà economica contro la responsabilità
L’amministrazione afferma che la sua nuova interpretazione ripristina i limiti originari dell’Endangered Species Act, mentre gli ambientalisti avvertono che potrebbe sottrarre il disboscamento, l’estrazione mineraria e lo sviluppo alla responsabilità per la prevedibile morte della fauna selvatica.
L’amministrazione Trump sta restringendo l’applicazione dell’Endangered Species Act alle morti accidentali della fauna selvatica, acuendo un conflitto di lunga data tra attività economiche e protezione delle specie in pericolo.
Una ricostruzione conservatrice presenta la politica in termini netti, descrivendola come un provvedimento che consente l’“uccisione involontaria di specie in pericolo”.1 Questa interpretazione sottolinea l’argomentazione dell’amministrazione secondo cui le imprese non dovrebbero essere ritenute responsabili quando le loro attività non prendono deliberatamente di mira animali protetti.
La ricostruzione liberale descrive il cambiamento come un più ampio arretramento rispetto alla legislazione federale sulla conservazione. Un memorandum del Fish and Wildlife Service del 14 settembre afferma che un animale non sarebbe “catturato” illegalmente, a meno che l’azione che causa il danno non fosse specificamente intesa a ucciderlo o ferirlo.2 Secondo questa interpretazione, una nave che colpisce una balena o un albero abbattuto attorno a pipistrelli appollaiati generalmente non violerebbero la legge se l’attività avesse un altro scopo.2
L’amministrazione sostiene di stare correggendo un eccesso. Il segretario agli Interni Doug Burgum ha affermato che le agenzie federali avevano usato l’Endangered Species Act “per ostacolare l’uso legittimo dei terreni e gravare sulle famiglie e sulle imprese americane”.2 Anche il Dipartimento degli Interni ha dichiarato che la reinterpretazione ripristina il significato della legge, preservandone al contempo le “tutele fondamentali per le specie protette”.2
I gruppi ambientalisti contestano questa distinzione. Il Center for Biological Diversity ha affermato che la sentenza Sweet Home del 1995 della Corte Suprema ha respinto la limitazione di “cattura” alle condotte deliberatamente rivolte contro le specie in pericolo. Il suo direttore per gli affari governativi, Brett Hartl, ha definito la politica un “lasciapassare per chi uccide la fauna selvatica” e un tentativo illegale di riscrivere la legge.2 Earthjustice ha avvertito che questo approccio potrebbe diventare “una ricetta per l’estinzione” e ha promesso di contestarlo in tribunale.2
La disputa centrale, quindi, non riguarda il fatto che l’uccisione intenzionale resti vietata, ma se i danni prevedibili derivanti dalla normale attività commerciale debbano comportare conseguenze giuridiche. Con oltre 1.600 specie potenzialmente interessate e gli Stati già impegnati in cause legali contro modifiche correlate alla definizione di “danno”, è probabile che la reinterpretazione diventi un altro importante banco di prova dell’agenda ambientale dell’amministrazione.