Storia
21 set 2026

I lanci missilistici della Corea del Nord mettono in luce i limiti dell’apertura diplomatica di Trump

Gli ultimi lanci missilistici della Corea del Nord indicano che la riduzione delle esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud non ha allentato le tensioni. Washington non vede una minaccia immediata, mentre Pyongyang presenta le esercitazioni degli alleati come la causa della crisi.

Gli ultimi lanci missilistici della Corea del Nord hanno acuito una vecchia contraddizione: Washington e Seul cercano di preservare spazio per la diplomazia, mentre Pyongyang usa i test sulle armi per dimostrare che la pressione non ha modificato la sua postura nucleare.

La ricostruzione conservatrice presenta lo sviluppo in termini netti e incentrati sull’evento: “La Corea del Nord lancia diversi missili balistici.” Questa impostazione enfatizza l’atto militare in sé, con poco contesto sullo scambio politico che lo circonda.

Una ricostruzione più ampia descrive due missili balistici a corto raggio lanciati dall’area costiera orientale di Wonsan a circa tre ore di distanza l’uno dall’altro. Uno ha percorso circa 280 miglia e l’altro più di 370 miglia, secondo le forze armate sudcoreane. Lo stesso rapporto ha inoltre riferito di un lancio successivo di circa 10 missili a corto raggio, che apparentemente dava seguito alla precedente minaccia di Pyongyang di rispondere alle esercitazioni tra Stati Uniti e Corea del Sud.

Le interpretazioni contrapposte sono più evidenti riguardo alla responsabilità. Seul ha chiesto l’immediata cessazione dei lanci vietati dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ha dichiarato che le sue forze restavano pronte nell’ambito dell’alleanza con gli Stati Uniti. Washington, tuttavia, ha affermato che gli eventi “non rappresentano una minaccia immediata per il personale o il territorio degli Stati Uniti, né per i nostri alleati”, sottolineando al contempo che stava consultando i partner e restava impegnata nella difesa regionale.

La posizione di Pyongyang è l’opposto. Kim Yo Jong ha respinto la riduzione di un’esercitazione congiunta, affermando che ciò non ne modificava la “natura provocatoria e aggressiva”. In seguito ha definito le esercitazioni degli alleati azioni di “militarismo frenetico” e ha sostenuto che le “regolari prove di guerra guidate dagli Stati Uniti” alimentassero le tensioni regionali.

I lanci appaiono quindi calibrati: abbastanza seri da rafforzare le rivendicazioni della Corea del Nord in materia di deterrenza, ma sufficientemente limitati da evitare una crisi militare immediata. Il risultato non è tanto un crollo della diplomazia, quanto la dimostrazione che le concessioni simboliche non sono ancora riuscite a superare il dilemma della sicurezza al centro dello stallo.