Storia
27 set 2026

L’offerta iraniana su Hormuz mette Washington tra un’apertura diplomatica e una scommessa strategica

La proposta di Teheran di riaprire lo Stretto di Hormuz in cambio dell’allentamento delle sanzioni, di un cessate il fuoco e della ripresa dei colloqui sul nucleare potrebbe ridurre la pressione globale, ma i critici avvertono che darebbe all’Iran il controllo sulla navigazione, lasciando irrisolte alcune questioni cruciali sulla verifica.

L’Iran ha offerto a Washington una rapida via d’uscita dalla crisi intorno allo Stretto di Hormuz, ma la proposta è anche concepita per spingere gli Stati Uniti ad accettare le condizioni iraniane prima che possano cambiare la fiducia o la leva negoziale.

Secondo il piano di sette giorni, gli Stati Uniti revocherebbero il blocco navale sui porti petroliferi iraniani, ripristinerebbero le esenzioni dalle sanzioni, sbloccherebbero alcuni beni congelati e contribuirebbero a porre fine ai combattimenti su tutti i fronti. L’Iran riaprirebbe quindi lo stretto lungo una rotta negoziata con l’Oman, prima della ripresa dei colloqui sul nucleare, comprese le discussioni sulla possibilità di consentire agli ispettori internazionali di tornare nei siti danneggiati.

I sostenitori del piano lo presentano come una versione accelerata di una precedente intesa tra Stati Uniti e Iran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che le richieste erano «nulla di nuovo», riconoscendo però che lo era il calendario. La proposta ridurrebbe la pressione sui mercati dell’energia e offrirebbe al presidente Donald Trump un risultato diplomatico visibile prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, anche se lascerebbe in larga misura la navigazione dipendente da accordi che coinvolgono le acque iraniane.

Il messaggio pubblico di Teheran è quello di una cooperazione condizionata. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran «rispetterà qualunque impegno assumiamo» se Washington accetterà l’offerta, e ha affermato due volte che gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite potrebbero tornare sulla base di condizioni negoziate. L’Iran afferma di non voler ottenere un’arma nucleare e di essere ancora disposto a diluire il proprio uranio arricchito al 60%.

L’interpretazione opposta è che queste rassicurazioni non siano ancora verificabili. In un’intervista separata, Pezeshkian ha definito l’uranio arricchito iraniano sotterraneo «non un grosso problema», evitando però di assumere un impegno netto a ripristinare pienamente l’accesso degli ispettori. Questo divario — tra le promesse di cooperazione e le condizioni imposte alla verifica — definisce il dilemma di Washington. Accettare l’offerta potrebbe stabilizzare la navigazione e riaprire la diplomazia; respingerla potrebbe mantenere la pressione, ma rischierebbe un’escalation e prezzi dell’energia più elevati.

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