Storia
29 set 2026
Il caso di stupro di Cornell riapre mentre la prima versione contestata si scontra con nuove accuse
Un’indagine penale riaperta alla Cornell contrappone la causa intentata dall’accusatrice alla versione dei procuratori sulla sua dichiarazione originale, mentre gli avvocati contestano se le autorità e l’università abbiano indagato adeguatamente sulle accuse.
Una nuova indagine penale alla Cornell University ha riportato alla luce un caso definito da due versioni nettamente diverse: la causa intentata da un’ex studentessa, che denuncia uno stupro di gruppo favorito dall’uso di droghe, e la tesi dei procuratori secondo cui la sua precedente dichiarazione descriveva rapporti consensuali.
Il procuratore distrettuale della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, afferma che la discrepanza — non semplicemente la difficoltà di provare il caso — ha motivato la decisione iniziale di non presentare accuse. Ha dichiarato che la deposizione del novembre 2024 descriveva l’uso di droghe e i rapporti sessuali della donna come “volontari, consapevoli e consensuali”.1 Il suo ufficio sta ora riesaminando le accuse contenute nella denuncia civile e intende sottoporre eventuali possibili capi d’accusa a un gran giurì.
La causa offre una ricostruzione sostanzialmente diversa. Jane Doe, che all’epoca aveva 20 anni, afferma di essere stata intossicata, costretta ad assumere quella che credeva essere ketamina e aggredita per ore nella sede della confraternita Chi Phi. Il suo avvocato, Thomas Giuffra, sostiene che fosse traumatizzata e agisse in “modalità di autoconservazione”, affermando che gli investigatori non abbiano mai svolto il follow-up previsto in un serio caso di aggressione sessuale.1
Entrambe le parti concordano sul fatto che il caso sia stato segnalato alla polizia della Cornell e che l’università abbia condotto un procedimento ai sensi del Title IX. Divergono invece su ciò che quel processo abbia accertato. Cornell afferma che una commissione d’udienza abbia esaminato le prove per diversi giorni e imposto sanzioni, tra cui espulsioni e sospensioni; il capitolo della confraternita è stato chiuso e resta bandito dal campus.2 Giuffra, al contrario, ha sostenuto che le conseguenze fossero inadeguate e che nessun imputato fosse stato arrestato.
Messaggi recentemente resi pubblici del gruppo Snapchat della confraternita — tra cui “Shop still open?” seguito da “Yea.” — hanno intensificato l’attenzione sul caso, sebbene Van Houten abbia dichiarato che i messaggi non risolvano la questione giuridica del consenso.3 Gli avvocati della difesa negano le accuse e chiedono che i sette imputati nominati siano giudicati sulla base delle prove, non della pubblicità. Un avvocato ha definito la riapertura un’opportunità per verificare le accuse, esprimendo al contempo la fiducia che si concluderà nuovamente senza capi d’accusa.4 Spetterà ora al gran giurì stabilire se le versioni contrapposte e le nuove prove presentate giustifichino un procedimento penale.