Storia
10 ott 2026
Un furto di vino da 5,8 milioni di dollari svela il punto cieco dietro le migliori bottiglie d’Italia
Una banda altamente organizzata ha rubato 30.000 bottiglie dalla Marchesi Antinori in Toscana, sfruttando sistemi di sicurezza disattivati e una logistica degna di personale interno. Il furto mette in luce sia il valore globale del mercato italiano dei vini premium sia la difficoltà di spostare un bottino tanto evidente.
Il furto di 30.000 bottiglie da una delle cantine più antiche e prestigiose d’Italia è più di una spettacolare effrazione: è una prova di quanto facilmente i beni di lusso possano svanire, anche quando il mercato di destinazione è sottoposto a stretta sorveglianza.
Almeno sette ladri mascherati hanno preso di mira la struttura della Marchesi Antinori vicino a Cortona, disattivando allarmi e telecamere di sorveglianza prima di usare i muletti della cantina per caricare due camion. Il bottino, valutato circa 5,8 milioni di dollari—ovvero circa 5 milioni di euro—era costituito interamente da vini del 2023, comprese le ricercate bottiglie di Solaia, Tignanello e Guado al Tasso. L’operazione è stata scoperta solo quando i dipendenti sono arrivati lunedì, dopo che la banda aveva colpito durante il fine settimana.
L’amministratore delegato dell’azienda, Renzo Cotarella, ha descritto il crimine come insolitamente meticoloso e senza precedenti per portata. «Un furto di queste dimensioni e valore non è mai avvenuto in Italia», ha dichiarato.1 La valutazione indica una squadra professionista, forse collegata a recenti rapine in altre cantine del Paese.
Eppure, l’apparente sofisticazione del furto potrebbe essere anche il suo punto debole. Due camion che trasportano decine di migliaia di bottiglie identificabili sono difficili da nascondere, e i vini sono troppo caratteristici per essere venduti apertamente senza attirare l’attenzione. Cotarella ha detto di essere fiducioso che gli investigatori possano rintracciare la spedizione, mentre Antinori ha messo in guardia i clienti dall’acquistare al di fuori dei canali ufficiali.
Il resoconto del produttore sottolinea la portata senza precedenti e la pianificazione organizzata; una ricostruzione più ampia evidenzia una vulnerabilità diversa: la cantina si era preparata a piccole perdite durante il trasporto, non a un’incursione su vasta scala nella propria cantina. «Avevamo sempre considerato la possibilità che alcuni cartoni di vino venissero rubati durante il trasporto», ha dichiarato Cotarella, «ma certamente non che due camion riuscissero a entrare nella cantina e a portar via un bottino così enorme».2
Questa distanza tra il rischio previsto e l’esposizione effettiva è la lezione centrale. Il commercio dei vini d’élite italiani è diventato abbastanza redditizio da attirare la criminalità organizzata, mentre i suoi prodotti più riconoscibili potrebbero rivelarsi difficili—e pericolosi—da spostare.