Storia
12 ott 2026

Il giudice blocca gli spot finanziati dai contribuenti di Trump mentre la campagna di servizio pubblico affronta accuse di propaganda

Un giudice federale ha bloccato la trasmissione o l'ampliamento di spot televisivi finanziati dai contribuenti dall'amministrazione Trump, ritenendo probabile l'accoglimento delle ragioni dei ricorrenti, mentre la Casa Bianca insiste sul fatto che gli spot siano annunci patriottici di servizio pubblico.

La disputa sulla campagna televisiva dell'amministrazione Trump è diventata una prova per stabilire dove finisca la comunicazione pubblica e inizi la propaganda elettorale. Un giudice federale ha temporaneamente bloccato gli spot, anche se i funzionari sostenevano che la campagna fosse già in fase di conclusione e servisse a un legittimo scopo governativo.

La giudice distrettuale degli Stati Uniti Jennifer Rochon ha ordinato all'amministrazione di smettere di utilizzare i fondi del Department of Homeland Security per produrre o trasmettere gli spot, di cancellare gli spazi pubblicitari programmati e di evitare di ampliare gli accordi esistenti per 14 giorni. La campagna era stata finanziata attraverso uno stanziamento di 20 milioni di dollari del DHS, di cui circa 19 milioni erano già stati spesi, secondo gli atti processuali.

I ricorrenti — tra cui Common Cause e una sezione locale del Service Employees International Union — hanno descritto gli spot come un tentativo illecito di influenzare le elezioni di metà mandato. Hanno sostenuto che gli annunci utilizzassero fondi stanziati per fare “propaganda politica” e affermato che non vi fosse “alcuna giustificazione legale” per usare la macchina governativa al fine di promuovere l'agenda di Trump. Rochon ha concluso che la coalizione aveva probabilità di prevalere, che avrebbe potuto subire un danno irreparabile senza un'ingiunzione e che bloccare gli spot fosse nell'interesse pubblico.

L'amministrazione ha offerto un'interpretazione nettamente diversa. La Casa Bianca ha definito gli spot annunci di servizio pubblico “educativi e orgogliosamente patriottici”, sostenendo che promuovessero l'orgoglio nazionale e la sicurezza dei confini, anziché un candidato. Anche Trump ha affermato di promuovere “lo spirito del nostro Paese”, non se stesso, e in seguito si è offerto di pagare gli spot futuri con fondi personali o tramite il suo super PAC.

Questa difesa è complicata dal contenuto: gli spot mostrano Trump mentre elogia il proprio operato e denuncia “globalisti”, “comunisti” e il “deep state”, mentre visualizzano la dicitura “Paid for by the U.S. Government”. Persino alcuni repubblicani hanno messo in discussione l'accordo. La controversia legale ruota quindi meno intorno al fatto che la campagna sia terminata e più intorno alla questione se i fondi dei contribuenti fossero mai stati utilizzabili legalmente per un messaggio così strettamente allineato all'identità politica di Trump.