Storia
15 ott 2026
Il divieto imposto da Cornell alle confraternite mette alla prova la possibilità che la responsabilità sia diventata una punizione collettiva
Cornell ha sospeso le feste delle confraternite dopo che il suo presidente ha ammesso di non aver dato seguito a una denuncia di violenza sessuale. I sostenitori vedono una responsabilità finalmente assunta; i critici definiscono il provvedimento una punizione collettiva dettata dalla pressione politica.
La decisione della Cornell University di sospendere le feste delle confraternite per il resto dell’anno accademico ha trasformato una mancanza nella risposta istituzionale in uno scontro più ampio su responsabilità, giusto processo e punizione collettiva.
L’innesco immediato è stata la gestione da parte dell’università di una denuncia di violenza sessuale del 2024 che coinvolgeva membri della confraternita Chi Phi. Il presidente Michael Kotlikoff ha riconosciuto di sapere che una studentessa aveva denunciato l’accaduto, ma di non averla ricontattata, e ha dichiarato di non essere stato a conoscenza del suo abbandono di Cornell fino a quando lei non ha intentato una causa. Ha ammesso che «la fiducia è venuta meno» e che «le persone sono arrabbiate».1
Cornell ha risposto con misure volte a ricostruire la fiducia: un divieto temporaneo delle feste delle confraternite, ulteriori investigatori specializzati in violenze sessuali e una revisione indipendente guidata dall’ex vice procuratrice generale degli Stati Uniti Sally Yates. La posizione dell’università è che la controversia abbia messo in luce carenze nel modo in cui vengono gestite le denunce nel campus, non soltanto comportamenti scorretti da parte di singoli studenti.
I critici di destra giungono a una conclusione nettamente diversa. Sostengono che la confraternita menzionata nella causa fosse già stata chiusa, mentre le organizzazioni e gli studenti rimasti vengono puniti per un’accusa che non ha portato a imputazioni penali. Un editoriale conservatore ha definito il divieto una «punizione collettiva» basata su un caso che «non sembra ancora configurare affatto un reato».2
Questa argomentazione sottolinea la presunzione di innocenza e avverte che le università non dovrebbero elaborare politiche sotto la pressione dei social media o dei politici. La tesi opposta è che la leadership di Cornell avesse già fallito la prova della responsabilità istituzionale: le sanzioni interne non hanno impedito alla studentessa di andarsene e i funzionari di alto livello non hanno seguito adeguatamente ciò che è accaduto in seguito.
La disputa, dunque, va oltre la presunta violenza sessuale. Ora si chiede a Cornell di dimostrare sia di essere in grado di proteggere gli studenti, sia di saper distinguere la responsabilità dalla punizione indiscriminata. Il voto di sfiducia atteso dal senato accademico metterà alla prova la percezione delle nuove misure: una riforma oppure un tentativo tardivo di contenere l’indignazione.