Storia
21 ott 2026
Vance traccia una linea tra l'appoggio di Trump a Netanyahu e la propria politica estera
JD Vance ha rifiutato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alla rielezione, prendendo le distanze da Donald Trump e insistendo sul fatto che la decisione riflette l'attenzione alle elezioni statunitensi, non l'opposizione al primo ministro israeliano.
La divergenza tra il presidente Donald Trump e il vicepresidente JD Vance sulla campagna per la rielezione di Benjamin Netanyahu rappresenta meno una rottura con Israele che una rivelatrice differenza nelle priorità politiche e nello stile di politica estera.
Vance ha rifiutato di appoggiare Netanyahu, affermando che la sua attenzione era rivolta ai candidati americani in vista delle elezioni di metà mandato. «Il presidente ha il sostegno più efficace nella storia della politica americana o internazionale», ha dichiarato Vance, aggiungendo poi: «Io appoggio i candidati americani, ed è su questo che mi concentro nelle elezioni di metà mandato».1 La sua formulazione mirava a preservare la deferenza nei confronti di Trump, evitando al contempo un intervento personale nel voto israeliano.
La lettura liberale sottolinea il contrasto. Il rifiuto di Vance diverge dal sostegno pubblico di Trump e arriva mentre il sostegno degli Stati Uniti a Israele si è indebolito e il dibattito si è intensificato sulla risposta di Netanyahu all'attacco di Hamas. Rileva inoltre che Vance si è già intromesso in elezioni straniere, anche facendo campagna per Viktor Orbán in Ungheria, facendo apparire la sua nuova cautela selettiva piuttosto che categorica.1
La lettura conservatrice presenta la decisione in termini più limitati: Vance si tiene fuori da una competizione israeliana senza segnalare ostilità nei confronti di Netanyahu. «Non sono contrario ad appoggiarlo. Non sono favorevole ad appoggiarlo. Non mi intrometto nelle elezioni israeliane», ha dichiarato.2 Questa impostazione mette in evidenza la neutralità, sottolineando al contempo la posizione molto più netta di Trump.
Trump ha definito Netanyahu un «Grande Primo Ministro guerriero» e un «partner ancora più grande per la pace» nel confronto con l'Iran, offrendogli poi il suo «Appoggio completo e totale».2 Netanyahu ha accolto con favore il sostegno, definendo Trump il più grande amico di Israele alla Casa Bianca. Il risultato è una divergenza attentamente gestita: Trump proietta un'alleanza personale e una solidarietà strategica, mentre Vance limita il proprio impegno alla politica interna senza sfidare direttamente né il presidente né Netanyahu.