Storia
21 ott 2026

Aggiornato il 22/10/2026

Il piano di Trump per ricompensare le denunce di frode promette grandi compensi, ma lascia il presidente come giudice

Trump sta promuovendo un sistema per informatori che potrebbe ricompensare gli americani che denunciano frodi, mentre le linee guida del Dipartimento di Giustizia limitano i compensi e lasciano discrezionalità all’agenzia. I critici sostengono che il controllo presidenziale rischi di trasformare la responsabilità in discrezionalità politica.

La nuova iniziativa anti-frode di Trump si presenta come un’arma pubblica contro gli sprechi, ma la promessa di ricompense generose è offuscata da regole contrastanti e da un ruolo insolitamente personale del presidente.

L’amministrazione afferma che il programma amplierà la lotta alle frodi oltre il False Claims Act, che può essere difficile da utilizzare e generalmente richiede una causa formale. JD Vance sostiene che «oltre il 99% delle frodi» scoperte dal governo non rientri in quella legge. L’impostazione conservatrice pone l’accento sull’accesso: Trump ha dichiarato che «tutti gli americani» e i giornalisti indipendenti potrebbero segnalare presunta corruzione, con gli informatori potenzialmente in grado di ricevere una commissione dell’1% su recuperi ingenti.

Tuttavia, gli incentivi dichiarati dal programma non si allineano perfettamente con le sue linee guida ufficiali. Trump ha detto ai giornalisti che avrebbe deciso chi meritasse il pagamento e che sarebbe stato «molto generoso», mentre i materiali del Dipartimento di Giustizia descrivono ricompense fino a 30.000 dollari e attribuiscono al dipartimento la «discrezionalità esclusiva» sui premi. Questa discrepanza lascia poco chiaro se il presidente stesse annunciando una politica più ampia o improvvisando oltre le regole scritte.

Il primo pagamento, un assegno da 10.000 dollari allo YouTuber conservatore Nick Shirley dopo accuse riguardanti centri per l’infanzia in Minnesota, conferisce all’iniziativa un’immediata connotazione politica. I sostenitori lo presentano come la prova che i cittadini comuni e i media indipendenti possano sfidare abusi radicati. Vance, nel frattempo, ha descritto l’iniziativa come parte di una repressione più ampia, affermando che coloro che frodano i contribuenti «dovrebbero finire in carcere».

I critici interpretano diversamente la stessa struttura. Naomi Seligman, di Whistleblower Aid, sostiene che Trump sia «più interessato a dare la caccia agli informatori» che a proteggerli, e chiede di esaminare con attenzione le presunte irregolarità all’interno della sua stessa amministrazione. Il conflitto centrale, quindi, non riguarda il fatto che le frodi debbano essere denunciate, ma chi controlli la ricompensa e se un sistema costruito attorno al giudizio presidenziale possa rimanere imparziale.