Storia
5 nov 2026

La Commissione per la produttività mette in dubbio che l’Australia abbia bisogno del diritto al lavoro da casa

Una proposta di legge australiana che concederebbe a tutti i lavoratori il diritto di chiedere fino a due giorni di lavoro da remoto incontra la resistenza dei funzionari, secondo cui le controversie sono rare e datori di lavoro e dipendenti raggiungono già accordi praticabili.

La proposta australiana sul lavoro da casa si scontra con una domanda fondamentale: una nuova regolamentazione sta risolvendo un problema diffuso o sta formalizzando accordi che già funzionano? La Commissione per la produttività e i funzionari responsabili delle relazioni sul lavoro sostengono che le prove indichino la seconda ipotesi.

Il disegno di legge di iniziativa parlamentare, presentato dalla senatrice dei Verdi Barbara Pocock il 5 novembre 2025, consentirebbe a tutti i dipendenti di chiedere fino a due giorni di lavoro da remoto alla settimana. I datori di lavoro potrebbero respingere una richiesta solo quando lavorare da casa fosse «impraticabile o impossibile». Attualmente, tale diritto è limitato agli australiani di età superiore ai 55 anni e a chi presta assistenza.

L’opposizione più forte si concentra sul numero delle controversie. Diab Harb, primo segretario aggiunto presso il Dipartimento per l’occupazione e le relazioni sul lavoro, ha dichiarato che la Commissione Fair Work ha esaminato appena 431 controversie sul lavoro flessibile nell’ultimo esercizio finanziario, a fronte di circa 50.000-55.000 casi complessivi. Ciò suggerisce che il conflitto formale sul lavoro da remoto sia una questione marginale, piuttosto che una crisi che richieda una soluzione giuridica universale.

La Commissione per la produttività sostiene una tesi simile, ma la inquadra in termini di produttività e necessità. La commissaria Catherine de Fontenay ha dichiarato a un’inchiesta del Senato che non vi era «alcuna necessità chiara» di un diritto legale a chiedere di lavorare da casa, affermando che datori di lavoro e dipendenti stavano già raggiungendo accordi adeguati. Ha aggiunto che non vi erano «prove solide» del fatto che un numero elevato di lavoratori in grado di essere produttivi da remoto fosse impedito dal farlo.

I sostenitori del disegno di legge potrebbero obiettare che il basso numero di controversie rifletta i diritti esistenti limitati, non una mancanza di domanda. Tuttavia, le prove presentate dai funzionari portano a una conclusione più circoscritta: sebbene il lavoro flessibile possa essere prezioso, la necessità di imporre un ampio quadro normativo resta non dimostrata.